lunedì 4 maggio 2020

Il 4 maggio - fase2 - poesia

Ei fu. Chiusa in un immobile
per evitar il mortal contagio
di migliaia di spoglie immemore
orbe di tanto spiro
così  impaurita e attonita
l’umanità al virus sta
Muta pensando all’ultimo
abbraccio seppur fatale
né sa quando una simile
abitudine ora mortale
potrà riprendere a esercitare
senza che morte a calpestar verrà

Dal balcon dei nostri palazzi
l’umanità vide la sua forza e tacque
studiò come arginare il tutto
cadde, risorse e giacque
lottando in corsia e nei laboratori
per giunger presto alla libertà
Alla Vergin l’umanità si affidò
col solo Papa sulla piazza vuota
tremolante e commosso al soglio
davanti al Cristo Crocifisso
ha elevato per noi un cantico
per la terra che non morrà
Dall’Alpi alle Piramidi
dal Manzanarre al Reno
andando oltre oceano
veloce come un baleno
infettò da Wuhan a Codogno
dall’uno all’altro mar
Fu vera reazione? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo Fattor
che volle con lui
mandarci segnali
sul nostro viver quotidiano
La procellosa e trepida
gioia di un gran disegno
difficile da interpretar
per l’umanità e il suo regno
di consuetudini, ma tiene un premio
ch’era follia sperar         
Tutto si provò: farmaci e vaccini
ozono e plasma del sangue
la fuga e il distanziamento
il chiusi in casa in un nuovo esiglio                                                         
senza più bambini nella polvere
senza messe all’altar
Ei si nomò: coronavirus
l’un contro l’altro armato
sommessi a lui si volsero
come aspettando il fato
ei fè silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in si breve sponda
ricomparendo di tanto in tanto
tra la gente poco accorta
d’inestinguibil odio
incapace di rinnovato amor
E il 4 maggio l’umanità riprese  
come un naufrago
a cavalcar le prime onde
della rinnovata libertà
imparando un nuovo navigare
cercando un nuovo convivere
non dimenticando il cumulo
delle memorie passate
ma pensando soprattutto ai posteri      
a tutelar giovani e imprese
per scriver nuove pagine
di questa stanca umanità
Oh quante volte l’umanità, al tacito
morir d’un giorno inerte
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei di che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò al mare in tenda,
le sinuose valli
i fuochi artificiali
e l’onda dei cavalli
lungo laghi monti e costiere
e il sano divertir
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde l’umanità
e disperò: ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa la trasportò
E l’avviò, per i floridi
sentier della speranza
ai campi eterni, al premio
che i desidèri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
umanità ai trionfi avvezza!
Alza la testa, esci e allegrati
chè più superba altezza              
al disonor del Golgota
giammai non si chinò
Tu, Fede, dalle stanche ceneri dell’Umanità
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita
che affanna e che consola
in questo nuovo inizio
accanto a lei ancor si posò

Ringrazio di cuore la “Poesia” per avermi chiamato nel cuore della notte svegliandomi con questa folle idea di misurarmi con il maestro Alessandro Manzoni e la sua celebre “Il cinque maggio”.
Per me una notte che non posso dire insonne ma creativa per la quale sarò sempre grato e chiedo indulgenza, sin da ora, ai critici letterari e agli esegeti del Manzoni: mi sono solo voluto mettere, ancora una volta, a servizio di “Amor mi spira, noto, e a quel modo che‘ ditta dentro vo significando”
Giorgio Gibertini

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