Esistono pagine della Bibbia che sembrano scritte leggendo i giornali del mattino. L’apologo di Iotam (Giudici 9) è una di queste. Non è una parabola rassicurante, ma una satira politica feroce, nata in un tempo di sangue e tradimenti, che ci sbatte in faccia una domanda scomoda: perché spesso a governare ci finiscono i peggiori?
E, soprattutto, di chi è la colpa?
Ricordiamo il contesto drammatico: siamo in Israele, anno mille a.C. circa. Il grande giudice Gedeone è morto. Suo figlio, l’assassino Abimelech, compie un massacro: uccide settanta dei suoi fratellastri su una sola pietra per farsi proclamare re. Ne sopravvive solo uno, il più giovane, Iotam. Iotam sale sul monte Garizim e, di fronte al popolo che ha appena incoronato l’assassino, grida una favola. Un apologo tagliente che rivela un meccanismo perverso, tristemente attuale.
Il testo integrale, uno dei più antichi brani della lettura sapienziale, è il nostro punto di partenza e vale la pena rileggerselo per intero:
(Giudici 9, 8-15).
*”Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: ‘Regna su di noi’. Rispose loro l’ulivo: ‘Rinuncerò al mio olio, con il quale grazie a me si onorano dèi e uomini, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?’.
Dissero gli alberi al fico: ‘Vieni tu, regna su di noi’. Rispose loro il fico: ‘Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?’.
Dissero gli alberi alla vite: ‘Vieni tu, regna su di noi’. Rispose loro la vite: ‘Rinuncerò al mio mosto, che allieta dèi e uomini, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?’.
Dissero tutti gli alberi al rovo: ‘Vieni tu, regna su di noi’. Rispose il rovo agli alberi: ‘Se davvero mi ungete re su di voi, venite a rifugiarvi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano’.”*
La logica della scelta degli alberi è folle e illuminante. Si rivolgono ai produttori di valore: l’Ulivo con il suo olio che unge dèi e uomini, il Fico con la sua dolcezza, la Vite con il mosto che allieta. Sono l’essenza stessa della fecondità e del servizio.
Il loro rifiuto non è pigrizia, ma nobile coerenza. La loro domanda è chiara: “Rinuncerò io al mio frutto, con il quale grazie a me si onorano dèi e uomini, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?”. Non vogliono abbandonare la loro utilità concreta per il prestigio astratto del potere. Sanno che il loro vero servizio è quello di rimanere Ulivo, Fico, Vite, producendo la loro sostanza vitale. Riconoscono che la loro massima contribuzione alla comunità non sta nel comandare, ma nel dare frutto, nella fedeltà alla propria vocazione intrinseca.
Questo rifiuto, pur essendo nobile e motivato dal desiderio di servire al meglio nel proprio ruolo, crea un vuoto. Ed è qui che la favola si fa oscura.
Quando i nobili produttori si ritirano, la foresta, forse stanca di ricevere rifiuti, si rivolge al Rovo. Chi è il Rovo? Non produce olio, né frutti, né vino. È arido, spinoso, buono solo per ardere. Non ha valore intrinseco da offrire.
Eppure, il Rovo è l’unico che accetta. Non solo accetta, ma lo fa con un’arroganza sbalorditiva. Chi non ha frutti da mostrare cerca nel potere il proprio riscatto, la propria identità. La sua risposta è una promessa illusoria e una minaccia concreta: “Se davvero mi ungete re su di voi, venite a rifugiarvi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”.
Un basso cespuglio di spine non può offrire ombra ad alberi maestosi. È la promessa populista per eccellenza: una protezione impossibile, offerta da chi non ha nulla. Ma se la protezione è una bugia, il pericolo è reale. Il Rovo, fragile e secco, prende fuoco facilmente e, infiammandosi, minaccia di distruggere i “Cedri del Libano”, ovvero le parti più nobili e solide della società.
L’apologo di Iotam ci mette di fronte a una verità scomoda. Non è solo una denuncia dei Rovi che ci troviamo al potere, ma è anche un monito severo per gli Ulivi, i Fichi e le Viti.
La nobiltà del loro rifiuto, la loro decisione di rimanere fedeli alla propria vocazione produttiva, per quanto onorevole, ha un prezzo. Creando un vuoto di leadership, lasciano la porta aperta a chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare dalla vanità del comando.
È una lezione per la nostra contemporaneità:
- Se chi ha reale sostanza si ritira, convinto che il proprio servizio sia solo nel privato, il campo della cosa pubblica rimane deserto.
- E quel deserto verrà inevitabilmente occupato da chi, senza radici né frutti, è l’unico disposto a “agitarsi sopra gli altri”.
- L’arroganza senza sostanza non costruisce, ma infiamma. E l’incendio, alla fine, brucerà tutti, compresi i più nobili.
La domanda, dunque, è per noi: siamo Ulivi e Viti che si ritirano con onore, ma lasciando campo libero? O siamo pronti a trovare un modo per portare il nostro “olio” e la nostra “dolcezza” anche là dove il rischio è maggiore, per impedire che il rovo prenda il sopravvento e, nel suo furore, distrugga la foresta intera?
La lettura della Bibbia è un continuo quasi quotidiano insegnamento e ve ne voglio, con queste riflessioni, restituire un po’: siate pazienti e clementi.
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