Perché Dio non ha fermato quella mano?
Riflessioni sul terribile voto di Iefte (Giudici 11)
Da quando, nel 2021, ho iniziato a leggere la Bibbia con costanza, mi sono imbattuto in pagine di luce immensa e in cronache di una violenza che toglie il fiato. Ma poche storie mi hanno tormentato come quella di Iefte. La domanda che continua a rimbombarmi in testa, e che stride con la mia sensibilità di credente moderno, è una sola: perché Dio non ha fermato quella mano?
Perché, se per Isacco apparve un angelo a bloccare il coltello di Abramo, qui c’è solo un silenzio assordante?
Il "Contratto" anziché l'Alleanza
Il peccato originale di Iefte non è solo la crudeltà, ma un errore di prospettiva teologica. Iefte è un uomo ai margini, un mercenario che ha bisogno di conferme. Nel momento della battaglia, egli non si affida a un’Alleanza — che è un rapporto di fiducia gratuita — ma cerca di stipulare un contratto.
"Se tu mi dai la vittoria, io ti darò in cambio il primo che uscirà da casa mia".
È la logica del do ut des, tipica dei culti pagani del tempo. Iefte tratta Dio come una divinità da corrompere, un fornitore di successi che accetta pagamenti in natura. Dio, però, non ha mai chiesto quel voto. E il silenzio divino che segue è forse la risposta più terribile: Dio lascia che l'uomo si scontri con la rigidità del sistema che egli stesso ha creato.
L’unica nobiltà: il volto della figlia
In questa tragedia di uomini ambiziosi e voti spericolati, emerge una figura che è l’unica veramente luminosa e nobile: la figlia di Iefte.
Mentre il padre si dispera per se stesso ("Ahimè, tu mi abbatti!"), incolpando la figlia della propria sventura, lei accetta il destino con una dignità che lascia sbalorditi. Non grida, non scappa, non maledice. Chiede solo due mesi per piangere la sua giovinezza sui monti.
Lei è l'unica che onora la parola data, pur non avendola pronunciata. In lei vediamo il sacrificio dell'innocenza che paga per la stoltezza del potere. Se Iefte rappresenta la legge cieca e il fanatismo, sua figlia rappresenta il volto del sacrificio silenzioso. È lei, e non il guerriero vittorioso, la vera protagonista morale di Giudici 11.
Una domanda per il mio cammino
Leggendo e rileggendo questo brano, capisco che Dio non ferma la mano di Iefte perché Iefte non glielo permette: è troppo occupato a essere fedele al proprio orgoglio travestito da devozione.
Oggi, mentre proseguo la mia lettura della Scrittura, non posso fare a meno di interrogarmi in prima persona: quante volte anche io cerco di "contrattare" con Dio? Quante volte sacrifico ciò che ho di più caro — il tempo con i miei figli, la mia serenità, la verità — sull’altare di un successo che credo mi sia dovuto o di un’immagine di me che voglio difendere a ogni costo?
Il silenzio di Dio in questa storia non è assenza, ma un monito severo sulla nostra libertà: Dio ci rispetta così tanto da lasciarci essere, a volte, le vittime dei nostri stessi idoli.

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