La storia: Una parola come arma
Migliaia di anni fa, durante una guerra civile tra le tribù d'Israele, i Galaaditi usarono una parola-trappola per identificare i nemici in fuga (gli Efraimiti). Chiedevano a chiunque volesse attraversare il fiume Giordano di dire: "Shibboleth" (spiga).
Chi diceva "Shibboleth" (con la sc di scena) passava.
Chi diceva "Sibboleth" (con la s semplice), perché nel suo dialetto quel suono non esisteva, veniva ucciso. Quarantaduemila persone morirono per una pronuncia "sbagliata".
Una curiosità: Lo "Shibboleth" oggi
In linguistica, ancora oggi, si usa il termine "shibboleth" per indicare un tratto linguistico (una parola, un accento, un modo di dire) che funge da "parola d'ordine" o da segnale di appartenenza a un gruppo. È quella sottile sfumatura che fa dire a un locale: "Tu non sei di queste parti, vero?".
L'ironia della sorte: Da Efraim ad Ascoli
Riflettendo sul mio Natale, ho sorriso pensando ai miei parenti riuniti da Milano, Brescia, Biella, Roma e, appunto, Ascoli.
L'ironia è incredibile: gli sfortunati Efraimiti della Bibbia, che morirono perché non sapevano pronunciare la "sc", ad Ascoli Piceno si sarebbero sentiti in paradiso! Lì quel suono è un marchio di fabbrica, una "sc" morbida e avvolgente che caratterizza ogni frase e che trasforma lo "Shibboleth" da test mortale a musica familiare.
Il Panettone universale
Davanti al Panettone, la nostra tavola è diventata un laboratorio linguistico vivente. Abbiamo pronunciato tutti la stessa parola, ma ognuno con il suo "shibboleth" d'affetto:
Il milanese con la sua "u" chiusa e il tono autorevole.
L'ascolano con quella cadenza che ammorbidisce tutto e rende ogni parola un invito.
Il romano che raddoppia la sostanza della "t".
Il bresciano e il biellese, con le loro parlate che sanno di lavoro, montagna e pragmatismo.
La bellezza del "difetto"
A differenza della storia di Iefte, dove la differenza era una condanna, a Natale la differenza è stata la nostra ricchezza. Sentire cinque pronunce diverse di "Panettone" non ha creato confini, ma ha colorato la stanza.
Oggi lo "Shibboleth" non serve più a capire chi dobbiamo escludere, ma a celebrare da dove veniamo. Perché la nostra identità non sta nella perfezione di una lingua piatta e uguale per tutti, ma nel "difetto" dell'accento che ci portiamo dietro dai tempi dell'infanzia.
La diversità non è un errore di pronuncia, è il sapore della vita.

Commenti
Posta un commento